L’asino e il bambino

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di Patrizia Secreti

Giuseppe, Giuseppe svegliati è ora di alzarsi! C’è tanto da fare! Non battere la fiacca! Era la voce di mia madre, severa e allo stesso tempo dolce, che aveva, come sempre, premura. Avevo appena nove anni e già avevo imparato che la premura andava perfettamente a braccetto con la miseria, quella che nel dialetto locale veniva definita “pezzentìa”; perché il tempo era denaro e quindi la velocità nello svolgere il lavoro, non ci avrebbe reso ricchi, ma avrebbe diminuito di un po’ la nostra pezzentìa, quel tanto che sarebbe servito per sfamarci.

Premura = diminuizione della pezzentìa/tempo.

Più sarei stato veloce e più la mia pezzentìa sarebbe diminuita.

Questo concetto era stato già ben inculcato nella mia mente matematica, ma il mio piccolo corpo di bimbo di nove anni desiderava dormire ancora a quell’ora, alle ore 3:30 di una fresca e stellata notte d’estate Silana; e il desiderio di dormire prevaleva sul senso del dovere.

Sì, perché le notti in Sila d’estate sono proprio così: fresche e stellate.

Io continuavo a crogiolarmi sul mio giaciglio di “fonari(1)”.

Ad un certo punto l’odore del caffè appena sbuffato fuori iniziava a stimolare il mio olfatto, a rendere dolce il mio risveglio, a poco a poco iniziavo a poggiare il piede destro a terra e poi il sinistro, ad alzarmi adagio e a dirigermi in cucina.

Mia mamma aveva già provveduto a versare per me, mio padre e mio fratello il caffè nelle tazzine e stava versando nei piatti dalla “pignata(2)” una profumatissima e invitante zuppa di fagioli.

Era quella, i fagioli, la nostra principale fonte di nutrimento, in particolare durante l’inverno; mia mamma soleva raccontarmi che nel 1943, in piena Guerra Mondiale, mentre mio padre era stato chiamato al fronte, i fagioli erano stati la nostra unica fonte di sostentamento e ne avevamo consumato circa 30 Kg in un solo inverno, lei, io e mio fratello che eravamo poco più che neonati.

Era il periodo della mietitura, la Sila in quel periodo si colorava di giallo oro, i campi di grano e di orzo biondeggiavano e ondeggiavano al vento come il crine di una fanciulla nel pieno della sua bellezza.

Solitamente io e mio padre, terminata la nostra frugale colazione, ci apprestavamo a preparare il nostro asino caricandolo del basto, delle falci e dei rastrelli e ci incamminammo verso i campi.

Quella mattina, però, mio padre mi disse: “Giuseppe, oggi andrai da solo a mietere il grano, perché io ho delle faccende da sbrigare qui in paese”.

Io obbedii e mi incamminai che era ancora notte, con il mio asinello, verso i campi con uno stato d’animo che era tra il soddisfatto e il tronfio.

Sì, perché ogni volta che mio padre mi affidava un compito da svolgere in completa autonomia, io ne ero orgoglioso e pensavo con tutto me stesso che avrei fatto del mio meglio, avrei lavorato nel migliore dei modi e con quella premura che i miei genitori desideravano.

L’altro motivo per cui ero felice era che eravamo io e il mio asinello Martino da soli ad affrontare la vita con tutta la sua beltà e tutte le sue difficoltà, proprio come fanno le persone adulte. E poi, avevamo un segreto io e Martino: parlavamo tra di noi; ed andavamo sempre d’accordo, eravamo amici con la “A” maiuscola, di quelli che non si tradirebbero mai, per nessun motivo al mondo.

Era un segreto perché lui mi diceva che gli adulti non avrebbero mai creduto che io potessi comunicare, addirittura parlare con un “ciuccio (3)” e mi aveva sempre consigliato di non proferirne parola a nessuno per evitare di essere scambiato per un folle. Il mondo rurale della Sila era fatto di gente pragmatica, abituata a sbarcare duramente il lunario e che non aveva voglia di dedicare tempo a queste che loro definivano “quatrarellate” ossia futili fantasie infantili; quello sveglio e volenteroso ometto che ero non ci avrebbe fatto la sua bella figura raccontando di avere scambi verbali con il suo “ciucciariellu(3)”.

Nelle primissime ore della notte le strade della Sila si popolavano di tanti asini e muli guidati da intere famiglie verso una destinazione, i campi di grano, che avrebbero raggiunto alle prime luci dell’alba.

Lungo la strada ogni famiglia, ogni gruppo aveva la propria lucerna e il cupo buio della Sila veniva sconfitto, o almeno questa era l’illusione, da quel concerto di lucine quasi a ricordare un balletto di lucciole accompagnate dal frinire dei grilli.

Quindi oltre che il cupo buio Silano, durante quelle notti d’estate, veniva rotto anche l’austero silenzio della Selva, grazie al frinire del grilli, ma soprattutto alle chiacchere dei contadini, alle risate e ai pianti dei bambini, agli schiamazzi dei ragazzi, grazie al rumore delle amicizie nate durante quei sentieri e alla vita umana che osava disturbare la Signora Notte Silana.

Ma la Sila non si sentiva oltraggiata e accoglieva il suo Popolo, durante la notte con l’odore silvestre e aromatico degli aghi del Pino Laricio (che mi svegliava e mi “apriva” il respiro regalandomi energia e buon umore), e alle prime luci dell’alba, con un tripudio di colori tra i quali: il verde vivo tipico della vegetazione dell’altopiano, il giallo delle ginestre e il rosso dei papaveri che spuntavano, come infestanti, tra i campi aurei di orzo e grano.

A Martino piaceva raccontarmi i segreti di quella flora di cui lui era esperto in quanto i suoi genitori gli avevano tramandato tale conoscenza:

Martino: -Sai Giuseppe? Il papavero, che ti dà tanto fastidio durante la mietitura perché infestante, ha un suo perché, ha un suo uso, ogni cosa in natura ha una sua funzione – diceva con atteggiamento da accademico – e continuava: – Il suo nome scientifico è Papaver rhoeas L., detto anche rosolaccio, contiene delle sostanze dette alcaloidi dei quali il principale è la rhoedina, dalle proprietà blandamente sedative. Infatti la tua mamma, quando eri in fasce ed eri particolarmente irrequieto e non prendevi sonno, soleva prepararti un infuso ottenuto con i petali.

Giuseppe: – Dai Martino! Dici sul serio? –

Martino: – Certo! –

Giuseppe: – E dimmi Martino! Tu che sai tutto sulle piante di questa nostra perla che è la Sila. Ma perché quando ci incamminiamo sotto l’olimpica calma atmosfera dei nostri magici pini, mi sento così vigoroso, così in salute? –

Martino: – Sai Giuseppe, i pini sono nostri amici e sono anche amici dei nostri corpi. I loro aghi, che non sono altro che le loro foglie, producono un fluido magico, che gli umani chiamano olio essenziale; lo producono per garantirsi la sopravvivenza, ma è molto utile anche a noi animali; il fluido magico che producono gli aghi di pino possiede proprietà tonificanti che ti tolgono il torpore di prima mattina e ti donano energia, inoltre hanno anche un effetto benefico sui tuoi bronchi e ti proteggono da alcune infezioni. –

Giuseppe: – Caspita, sono proprio degli amici questi Pini Laricio! –

Martino: – Eh sì ! –

Giuseppe: – Caro Martino, ma quante cose sai? Quanta sapienza ho ricevuto da te! Come potrei fare senza te?! –

In quel momento, al proferire di quella esclamazione da parte mia, il volto di Martino divenne triste e, data l’empatia tra noi due, lo notai istantaneamente.

Giuseppe: – Che succede Martino? Perché ti sei incupito? Ho detto qualcosa che non dovevo? –

Martino: – No, amico mio! Nulla che non dovevi. –

Intanto l’alba era arrivata ed eravamo giunti quasi a destinazione.

Martino: – Stavo solo pensando che io e te dobbiamo fare un discorsetto. Ma adesso, bando alle ciance! Siamo quasi arrivati ai campi e ci dobbiamo preparare. Mi aspetto da te le migliori gregne(4) dell’Altopiano Silano! –

Giuseppe: – E le faremo! –

Mi infilai i miei anelli di canne (necessari per non lacerarmi le dita), impugnai la mia falce e iniziai a mietere senza tregua e di ottimo umore.

Alle 9:00, l’ora della pausa, Martino, che si era disteso alla refrigerante ombra di un pino, iniziò a ragliare; capìi che era ora di rifocillarsi.

Mi sistemai a fianco a lui e iniziai a mangiare la colazione preparata dalla mia mamma: durante l’inverno, quando avevamo ucciso il maiale per ricavarne i vari prodotti, lei aveva conservato le soppressate nel lardo e la sera prima ne aveva tirato fuori una per prepararmi quella gustosa e nutriente colazione.

Martino: – Complimenti, hai un ritmo lodevole! Se continui così, questo pomeriggio faremo presto ritorno in paese! –

Giuseppe: – Vorrei avere anche il tempo di raccogliere un paio di sarcine di legna. Vorrei barattarne una con un paio di ricotte presso l’ovile che si trova sulla strada del ritorno. –

Martino: – A proposito di sarcine. Ti ricordi che divertimento quest’inverno lungo la strada dei “Vigni(5)”, al canale(6) e Jazzu? –

(Quello di quell’anno fu inverno rigido e nevoso, caddero 2 metri e mezzo di neve e il paese di San Giovanni in Fiore rimase isolato per un mese intero, i cittadini consumarono tutta la legna necessaria per riscaldarsi e, non appena le strade furono sgombre dalla neve, il Sindaco di San Giovanni in Fiore decise di destinare un’ampia area di proprietà del comune, situata infondo alla strada dei “Vigni”, all’approvvigionamento di legname della popolazione di San Giovanni in Fiore. Il fenomeno singolare che si venne a creare fu che tutta la strada dei “Vigni” si popolò un’infinita fila di asini, muli e cavalli (accompagnati dai loro rispettivi proprietari) in attesa di giungere all’ “El Dorado” della legna da ardere. Anche quell’occasione si era trasformata in una festa, in particolare per Martino che aveva ritrovato tanti amici e instaurato nuove amicizie.)

Giuseppe: – Sì, è stata una bella esperienza quella! La ricordo con gioia. –

Martino: – Ascolta amico mio! Ho una cosa triste da dirti. Ricordi quando ti dissi che gli adulti non hanno facoltà di parlare con gli asini? –

Giuseppe: – Sì, lo ricordo! –

Martino: – Beh, insomma …ecco…tu presto diventerai grande! –

In quel preciso istante in cui sentìi quelle parole mi si gelò il sangue, venni assalito da una terribile sensazione di tristezza e i miei occhioni color azzurro cielo produssero due grandi lacrimoni che attraversarono le mie rosse gote. Rimasi in silenzio e continuai ad ascoltare Martino.

Martino: – Anch’io sono molto triste…molti bambini speciali come te, che parlano con gli asini intendo, da adulti dimenticano che un tempo avevano questo privilegio; altri, invece, quelli che rimangono puri di cuore, pur perdendo questo potere, ricordano di averlo posseduto. –

Rimasi per circa mezz’ora in silenzio a meditare nella mia malinconia, poi mi alzai e iniziai ad accarezzare il crine di Martino.

Giuseppe: – Martino, io parlerò con te per sempre! Sarà diverso! –

Martino: – Lo vorrei tanto anch’io, ma so che non è così…sai che ti dico piccolo amico mio? –

Giuseppe: – Che mi dici? –

Martino: – Che adesso, in questo momento, siamo felici, ci vogliamo bene e ci divertiamo tanto. Al domani ci penseremo a tempo debito…godiamoci questa splendida giornata d’estate! –

Giuseppe: – Sono d’accordo con te! –

Giuseppe riprese il suo lavoro, sistemò le gregne in maniera impeccabile, attese l’arrivo dei trebbiatori e le consegnò loro.

Nel primo pomeriggio Giuseppe e Martino si avviarono lungo la via di casa. Per strada si fermarono in una pineta per raccogliere la legna.

Martino si crogiolava all’ombra e, ad un certo punto, fissò lo sguardo verso un punto preciso e iniziò a ragliare di entusiasmo:

Martino: – Giuseppe, girati, guarda in quella direzione, guarda cosa c’è! –

Io mi girai verso di lui, i suoi occhi avevano un luccichio di felicità, seguii con i miei di occhi la traiettoria della sua vista e mi trovai davanti un enorme gruppo di funghi porcini.

Iniziammo entrambi ad esultare e a saltellare dalla gioia: avevamo cibo da consumare durante l’estate e da conservare per l’inverno. Raccolsi circa 4 Kg di porcini, ero felicissimo.

La Sila è un po’ come il mare: ti coccola, ti rende felice, ti scatena tante emozioni positive, ma può essere anche molto insidiosa e bisogna conoscerla bene per non lasciarsi prendere, come si suole dire, in castagna.

E infatti ci stava preparando un bello scherzetto. Mio padre mi aveva insegnato a fidarmi dei suggerimenti che mi dava il cielo ed io ero abituato a consultare il cielo di continuo; quindi, dopo aver riposto il carico di funghi nel basto, alzai gli occhi al cielo ed esclamai:

– Martino, dobbiamo fare di corsa, bisogna tornare a casa, il cielo dice che in direzione del paese il tempo non è buono, bisogna tornare a casa prima che la pioggia ci sorprenda! –

Riprendemmo, dunque, la via di casa.

Ma il cielo non ci aveva dato il tempo desiderato per raggiungere casa, la pioggia iniziò a cadere sempre più veloce, sempre più incalzante, e anche il vento iniziò a tirare. Io ormai ero zuppo e Martino era molto timoroso.

Tutto d’un tratto, un fulmine squarciò il cielo nero e si udì un tuono dal suono molto fragoroso.

All’udire del tuono, vidi il terrore negli occhi di Martino che cacciò fuori un raglio mai udito, sollevò le zampe anteriori e perse l’equilibrio su quelle posteriori; la terra umida sotto i suoi zoccoli iniziò a sgretolarsi e lui scivolò lungo la scarpata che costeggiava il sentiero. Ruzzolò per circa 4 metri e, per fortuna, un cespuglio fermò la sua caduta.

Giuseppe: – Martino, come stai? Io riesco a vederti, adesso cerco di venire giù! –

Martino: – Giuseppe, purtroppo non riesco a muovermi, ho una zampa che non riesco a sollevare! Ma tu non scendere, è pericoloso, torna a casa, mi verrai a cercare quando il temporale sarà passato! –

Giuseppe: -Ma che dici! Io non ti lascio solo, sto scendendo. –

Dieci metri più in là, lungo il sentiero, qualcuno aveva costruito una piccola scaletta di gradini di terra sostenuti da dei pezzi di legno; scesi per quella scala e riuscii a raggiungere il punto in cui era scivolato Martino.

Mi resi conto che la zampa posteriore destra di Martino si era fratturata. Non si sarebbe potuto rialzare, l’unico modo era creare una stecca da applicare alla zampa; mi guardai intorno: c’era tutto il carico a terra, i porcini e la legna sparsa ovunque; presi un paio di rami, presi le misure sulla zampa e iniziai a legarli lungo la zampa con una corda.

Intanto quel tremendo temporale estivo stava a poco a poco diradandosi e Martino si era un po’ tranquillizzato. Il rumore dell’acqua scrosciante e dei tuoni non era più assordante e, ad un certo punto, da lontano sentii una voce amica che mi chiamava; la voce diventava sempre più vicina e riconoscibile: era mio padre! Si era preoccupato per il brutto tempo e mi era venuto incontro.

Giuseppe: – Papà! Papà! Sono qui, quaggiù! –

Salii lungo la scaletta e feci capolino sul ciglio della strada, lo vidi, iniziai a corrergli incontro e ci abbracciammo forte.

Giuseppe: – Martino è laggiù, si è spaventato per il rombo di un tuono, ha perso l’equilibrio ed è scivolato giù per la scarpata, seguimi! –

Ci dirigemmo insieme verso Martino, mio padre analizzò la situazione e disse:

Credo vada abbattuto! –

Giuseppe: – No papà, non voglio, ci sono troppo affezionato, non puoi farlo!

Papà: – Giuseppe, anche nel caso riuscisse a sopravvivere probabilmente non sarebbe più in grado di lavorare! –

Giuseppe: – Appunto! Probabilmente, non sicuramente! Curiamolo, vediamo come va’! –

Papà: – Va bene! Risolleviamolo e portiamolo a casa, poi valuteremo cosa fare. –

E così facemmo! Risollevammo insieme Martino da terra, lo aiutammo a risalire le scalette lungo la scarpata e ci avviammo molto lentamente verso casa.

Arrivammo a casa a notte fonda, eravamo stanchi, ma salvi, tutti e due, io e Martino.

La necessità di un animale da soma proprio in quel periodo dell’anno era incombente e nella stalla non c’era posto per due. Mio padre era combattuto, sapeva che Martino non sarebbe stato più utile, ma aveva un cuore d’oro e non voleva deludermi.

Una mattina, di ritorno da un giro in paese, mi chiamò e mi disse:

Giuseppe, esiste un signore facoltoso, vive a Camigliatello ed è amante degli asini. Pare sia un po’ folle, ma buono: racconta in giro che gli asini abbiano un anima che solo i bambini puri riescono a percepire, addirittura è arrivato a dire che da bambino lui parlava con loro. Per fartela breve, l’ho incontrato e sarebbe disposto a prendere Martino con lui. Credo che sia l’unica alternativa per mantenere Martino in vita.

Giuseppe: – Si papà, sono d’accordo. Voglio donare Martino al signore di Camigliatello. Se questa è l’unica alternativa, sono certo che questa persona se ne prenderà cura nel migliore dei modi. –

Papà: – Bene, allora questo pomeriggio verranno a prenderlo. –

Poco prima che venissero a prendere Martino, scesi in stalla a salutarlo e gli spiegai la situazione.

I suoi occhi erano malinconici come non mai; mi rispose con un altrettanto malinconico raglio: eh sì, salvandolo avevo dimostrato di essere un adulto e avevo perso per sempre la facoltà di parlare con il amico Martino, fu il mio primo lutto. Lo abbracciai forte e corsi via. Da allora ne persi le tracce, ma mi rimase nel cuore, per sempre.

Sono ormai passati 60 anni da quella vita, il popolo Silano ha subito la diaspora dell’emigrazione ed io ne sono stato uno dei protagonisti. Oggi, però, sono tornato a godere della dolcezza della mia Sila.

Le automobili e i trattori hanno sostituito gli asini, ma pare che loro stiano tornando; oggi, per esempio, io ed il mio nipotino Antonio abbiamo fatto trekking sulla Sila con gli asinelli.

Antonio era entusiasta e sembrava essere entrato in perfetta armonia con l’asinello su cui stava in groppa.

Giuseppe: – Antonio, come ti hanno detto che si chiama il tuo asino? –

Antonio: – Si chiama Martino, nonno! –

Giuseppe: – Pensa che coincidenza, come il mio vecchio amico asino! –

Antonio: – Nonno, Martino dice che nella sua famiglia si tramanda una leggenda del suo trisavolo che aveva un amico di nome Giuseppe con gli occhi blu come i tuoi e che ebbe il coraggio di salvargli la vita. Ma questa storia assomiglia a quella che mi racconti sempre tu!

Il mio viso si è illuminato di gioia e gli ho chiesto:

Riesci a parlare con lui? –

Antonio: – Certo! –

E’ stato molto emozionante, era fantastica questa cosa! Tramite mio nipote Antonio, ho potuto chiedere tutte le informazioni sul conto del mio amico. Che felicità!

Martino racconta questa storia a tutti i bambini che hanno il dono di comunicare con lui.

Ha raccontato ad Antonio che il suo trisavolo ha vissuto felice i suoi ultimi anni in una fattoria nei pressi di Camigliatello (come da promessa di mio padre), amato dal suo ultimo proprietario e che, alla fine della sua bellissima vita, è stato seppellito all’ombra dei Giganti della Sila, i pini secolari della nostro meraviglioso altopiano. Non poteva desiderare sepoltura più onorevole.


Legenda:

1)Fonari: il materiale con il quale si soleva confezionare i materassi che altro non era che il fogliame, prodotto di scarto delle pannocchie.

2) Pignata: contenitore di coccio usato per cuocere pietanze al fuoco nel camino.

3) Ciuccio/ciucciariellu: asino/asinello.

4 )Gregne: i fasci tagliati con la falce venivano deposti per terra e legati con un altro piccolo fascio di spighe ed infine lasciate a terra con le spighe disposte verso l’alto a formare le gregne per permetterne l’asciugatura. A fine giornata le gregne si consegnavano ai trebbiatori.

5 )Vigni: vigneti, nel caso specifico la zona più calda del territorio sangiovannese, dove molti avevano  i vigneti.

6) Canale: fonte, fontana.

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