Il grande occhio azzurro della Sila

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di Maria Francesca Anili

Il 10 Giugno 1927 segnò per Giuseppe Iaquinta la conclusione della sua carriera di scolaro: una carriera in verità né brillante né onorevole, iniziata da mulo recalcitrante e riottoso, e conclusa da somaro, trafitto dallo sguardo amaro e deluso di sua madre e della signora maistra. Giuseppe, in realtà, si sentiva un cavallo, agile e veloce. Aveva bisogno di spazi ampi, di correre con il vento nei capelli, perciò gli stava stretta quella stanza che pomposamente chiamavano scuola, dove si accalcavano 40 bambini di età diverse, e d’inverno l’odore pesante del fumo di 40 camini si mischiava a quello di minestra della stanza accanto, dove la maistra teneva la cucina. Perciò, una mattina di maggio, mentre la fragranza dei castagni in fiore iniziava a spandersi per i vicoli del paese, invece di sillabare la tabellina del 9 assieme ad altre 39 voci, Giuseppe aveva sentito un improvviso bisogno di aria e di libertà e, imboccata la porta che sfociava in una ripida scalinata, si era dato alla macchia.

Questo figlio non ne tiene capu allo studio, Caterì – aveva sentenziato la signora maistra – e te lo dico con il cuore, che lo so che perdi il tempo e gli occhi a tessere e ricamare coperte, e magari speri di farlo diventare nu’ dottore, o n’avvocato, o chissà… spiertu, è spiertu, ma è l’applicazione che gli manca, e la pazienza…non ce la fa a stare nel banco, a volte pare che sta per scoppiare. Stamme a’ sentire, io gli ho insegnato quello che ho potuto, e che gli potrà servire; mo’ sta a lui, cercarsi una strada.

Caterina aveva lanciato un unico sguardo rovente al figlio. Giuseppe si era sentito come le vacche quando il mandriano imprimeva sulla loro pelle un marchio doloroso ed indelebile, poi ad occhi bassi si erano incamminati, giù per la scaletta, giù per i vicoli. Giuseppe aveva iniziato tardi a frequentare la scuola: ora, a 11 anni, aveva imparato a fare la firma, sapeva leggere sillabando e ricordava a memoria la tabelline, a furia di ripeterle in coro; ma soprattutto, nei 4 anni passati ad annaspare nel banco, era cresciuto, era diventato alto e forte come dicevano era stato la buonanima di suo padre.

Hanno iniziato i lavori per la costruzione della diga – disse una sera compare Saverio – se lo lasci me lo porto, a Giuseppuzzo, che s’impara un mestiere, e si impara pure il sapore della fatica -.

Partirono nottetempo, che bisognava essere sul posto alle prime luci dell’alba. L’aria era tagliente, il cielo man mano che s’inoltravano s’illuminava di un ricamo di stelle sconosciute. Giuseppe si sentiva una spugna, proteso ad assorbire i profumi della notte, gli scampanii delle mandrie che si perdevano nell’immensità del buio, il fruscio dell’erba che gli accarezzava i polpacci. Si sentiva adulto, finalmente, come nonno Giuseppe quando era partito per l’America, o come suo padre, che pure lui, prima di morire, era partito per lavorare. Ora, toccava a lui, e non importava se il suo era un altrove più vicino, se ci stavano arrivando a piedi, come nel pellegrinaggio della festa del paese, e non in nave o in treno. Si sentiva grande, perché aveva sentito dire, dagli altri che erano partiti con lui, della squadra che aveva subappaltato i lavori di scavo, che avrebbero costruito la diga più grande d’Europa. Una montagna di terra, nel cuore di una terra di montagne. Già sul posto c’erano altre squadre al lavoro, c’erano baracche, ed alberi, ed alberi, e ancora alberi. Nella luce dell’alba che rischiarava il cielo, a Giuseppe sembrava di aver trovato il suo posto, in quell’orizzonte sterminato, lontano dall’aria afosa e angusta della scuola; accarezzò il fagotto, in cui Caterina aveva avvolto una coperta e un po’ di provviste, e si sentì pronto per incominciare. La giornata della squadra di lavoro iniziava non appena i raggi del sole filtravano tra le assi delle baracche. Bisognava scavare, e accumulare la terra per formare uno sbarramento. Giuseppe inizialmente si occupava delle carriole vuote, la prelevava e la riportava sul posto di scavo, poi avevano visto che aveva abbastanza forza per caricarla con la terra argillosa che veniva scavata dal letto del fiume, portarla fino all’area della diga, scaricarla e compattarla pressandola con un badile. Era infaticabile, Giuseppe, e quando la sera, stremati, andavano a dormire, si addormentava pensando al lavoro dell’indomani, a quanto la diga sarebbe cresciuta in altezza ed in lunghezza. Ogni tanto, pensava al paesaggio che lo aveva accolto appena arrivato, lo confrontava con quello che giorno dopo giorno aveva contribuito a modificare, e si sentiva il cuore gonfio d’orgoglio, pensando di essere stato tra gli artefici di quella trasformazione. Erano quelle, le volte che il marchio dello sguardo severo di sua madre gli sembrava bruciasse di meno.
Passò l’autunno, e la neve giunse a bloccare i lavori. Giuseppe, e tutta la squadra, tornarono al paese; lui, però non vedeva l’ora di tornare, a continuare da dove aveva interrotto.
La ritrovò, come un gigante addormentato sotto una coltre di neve, quando ad Aprile ripresero i lavori; ora, bisognava continuare ad accumulare il materiale da riporto, trascinando le carriole lungo il pendio artificiale. In alto, sempre più in alto, mentre il gigantesco bruco si allungava tra i fianchi della vallata, e pian piano inarcava la sua gobba. Intorno, un brulicare di operai, squadre di paesi e linguaggi diversi, ingegneri che parlavano con uno strano accento del Nord, capicantiere venuti apposta da Napoli e Salerno. Quell’anno, dal paese erano venuti anche altri ragazzi, un po’ più grandi di Giuseppe, ed a lui piaceva sentirsi già esperto e in grado di dare istruzioni e consigli. Parlavano anche, durante le ore di buio, della gente del paese, delle ragazze che Giuseppe aveva lasciato tra i banchi di scuola e in quei due anni erano cresciute … quando, con la neve del 1928, ritornarono al paese, Giuseppe era un po’ più curioso, di vedere come in sua assenza stava cambiando il mondo.Col disgelo, i lavori ripresero; Giuseppe tornò portando ben riposto in un angolo del cuore il volto di Rosaria, che aveva lasciato bambina, a giocare nella ruga sotto casa, ed aveva ritrovato donna, dolce e pensierosa. Ora, quando la sera andava a dormire, prima pensava a quanto mancava, per completare l’altezza e la lunghezza della diga, poi a quanto mancava, per rivedere Rosaria.
Un giorno, il caposquadra di Giuseppe chiamò da parte lui e i suoi compagni più giovani. Disse che si erano liberati dei posti in un lavoro di perforazione dall’altro lato della diga, che loro erano forti, ma anche abbastanza agili e minuti, per quel lavoro, che la paga sarebbe stata migliore. Dovevano prendere servizio l’indomani. Avrebbero dovuto continuare i lavori del tunnel che, per 6000 metri, si snodava sotto le viscere del Montenero, per collegare l’invaso dell’Arvo con quello dell’Ampollino; dovevano avanzare oltre i 1000metri di scavo già effettuato, farsi largo tra la roccia friabile ed il fango. Questo, però, il caposquadra non lo disse, in fondo, era un lavoro come un altro.
Arrivarono a prendere servizio all’ora convenuta. Gli consegnarono una carriola ed un piccone e li accompagnarono, con gli altri nuovi compagni di squadra, all’ingresso del tunnel. Anche lì l’attività era frenetica: in continuazione, altri operai uscivano, fradici di fango e impastati di terra, per scaricare vagoni di materiale perforato. Giuseppe provò a farsi coraggio e ad entrare, guardando con terrore la bocca scura del tunnel, fece qualche metro, poi lo videro uscire urlando e buttarsi a terra in preda al panico. Ci sono cose che, anche se non te le raccontano, ce le hai dentro, e stanno lì, nell’oscurità profonda dei ricordi: ma sono lì, e poi si riaccendono, come quelle stelle vergini che Giuseppe aveva scoperto, quella volta, attraversando a piedi la Sila. Giuseppe non c’era, quando era morto il nonno mericano, ma lo aveva sentito raccontare, a frasi rotte e smozzicate, con il mistero dell’infanzia e il dolore attenuato dalla lontananza. Una sola parola si era impressa nella sua memoria, e non se ne era più staccata, come una bestemmia, come una condanna: M-o-n-o-n-g-a-h.
Non ci tornò più, al tunnel, che lui era nato cavallo, e cavallo voleva morire, libero sotto il sole cocente della Sila, con il sudore sferzato dal vento ed il profumo della resina che si spandeva per tutto il cantiere, mentre i pini secolari guardavano dall’alto quel manipolo di formiche instancabili che pretendevano di cambiare il loro mondo, giorno dopo giorno, anno dopo anno…
Nel 1932 l’opera era compiuta. Giuseppe aveva partecipato quasi sin dall’inizio alla sua realizzazione, e la sentiva una cosa sua. Volle rimanere fino al giorno dell’inaugurazione, anche se tutti i compagni di squadra, ricevuta l’ultima paga, tornavano al paese. Voleva vedere il momento in cui il grande occhio, che lui aveva contribuito a perimetrare, si sarebbe aperto verso l’azzurro puro e vergine del cielo. Lo vide. Vide la grande pianura, che aveva ospitato il lavoro di 4000 persone, allagata dalla coltre immemore dell’acqua, vide le nuvole giocare a rincorrersi dove qualche anno prima pascolavano le mucche, e i pini, per la prima volta, guardarsi stupiti allo specchio. Poi, iniziò ad arrivare una strana specie di gente, come Giuseppe non ne aveva mai vista. Uomini in giacca e cravatta, che neanche ai matrimoni alla chiesa grande, signore coll’abito lungo e il cappellino, che avanzavano con circospezione sul terreno accidentato, gerarchi in alta uniforme. Era come se fossero tutti lì per lui, e per celebrare l’esito del suo lavoro in quegli anni. Si sentì ancora una volta orgoglioso di sé, Giuseppe, e carico di ottimismo, per il suo futuro e per il futuro di quella terra bella e selvaggia che, crescendo, aveva imparato ad amare. Vide fabbriche, e lavoro, e l’energia che fluiva, ininterrotta, da quella distesa d’acqua apparentemente immobile. Pensò a suo nonno, a suo padre che era partito per lavorare, e tornato per morire, e gli sembrò di averne vendicato la memoria. Mai più, non sarebbe successo mai più. Poi, sentì attorno a sé un brusio, ed uno scroscio di applausi. In mezzo alla folla, avanzava un uomo alto, in uniforme militare, al braccio di una donna pallida, esile ed elegante. “ Il re e la regina!” sentì dire “il re e la regina!”.
Ora, poteva tornare a casa. Avrebbe detto a Rosaria che aveva visto la regina, ma che non era mai bella quanto lei.

 

Lorica, Agosto 2016

Ti ho mandato una foto del lago Arvo, dopo qualche minuto mi è arrivato il tuo messaggio di risposta: ma, mi avevi detto che eri in montagna, e dove sono le montagne?

Non ti ho risposto, so che tu ami e conosci le Alpi, e, non ritrovandone lo slancio verticale ti sentivi perso, come un marinaio a cui manca l’orizzonte del mare. Oggi, però, te lo dico: la Sila è una montagna, e non solo perché è scritto nei libri di geografia, o per la coltre bianca che la riveste in inverno, per i profumi e per i sapori che fanno apprezzare il tepore delle case. La Sila è una montagna orizzontale, che guarda languidamente le terre ai suoi piedi, che nei suoi strati geologici tiene nascoste storie antiche, e tante altre storie di ieri nasconde sotto un velo d’acqua. La Sila va accarezzata nei suoi punti più reconditi e preziosi, inoltrandosi per sentieri antichi ed ombrosi, non conquistata nelle sue vette.

Forse, mi dirai che la mia è la solita nostalgia dell’emigrato che, generazione dopo generazione, porta dentro di sé il ricordo e la venerazione della terra natia. Forse, ti risponderò che è proprio così, generazione dopo generazione. Comunque, prima o poi ti aspetto, per specchiarci insieme sul lago Arvo e raccontarti la storia del mio bisnonno Giuseppe. Intanto, ci ritroviamo a Settembre a Torino.

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