Un viaggio per imparare a sognare

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di Domenica Luana Floccari

«Ma chi me l’ha fatta fare, chi me l’ha fatta fare» sento che tra poco svengo per la paura, mentre tutti gli altri reggono il loro caschetto in mano e ascoltando le parole della guida, io sto per farmela sotto. Rafting, cascate, discesa. Mi gira la testa, sto per svenire! Cado cadoo!

Oh, no per fortuna è stato solo un incubo. Mi guardo intorno, sono ancora nella camera d’hotel, a Camigliatello Silano.

Le mie amiche hanno scelto di trascorrere una settimana di vacanza tutta trekking e avventura in Calabria. Già, loro hanno scelto. Io, dopo un anno di lavoro, avrei preferito trascorrere le ferie sdraiata sulla spiaggia reggendo una bevanda fresca a farmi baciare dai raggi del sole. Altro che escursioni e arrampicate: nulla, io non avrei fatto nulla, ma loro no, dicono, “vogliamo una settimana emozionante”. Ma chi cavolo le vuole le emozioni, io voglio ve-ge-ta-re. Prendo in mano l’opuscolo che ci hanno consegnato alla reception e vedo le immagini di gente su un gommone, bardata come animali da soma, con sulla faccia un misto di adrenalina e paura. Che se lo levino dalla testa.

“Ecco – penso, guardando l’ultima pagina della brochure – questo va meglio: trekking da Longobucco a Monte Altare”. Ecco, si questo sì. Cinque ore di cammino, pranzo compreso. Che sarà mai? Si, si può fare. Con questo proposito mi rassereno e scivolo in un sonno profondo.

L’indomani mattina la sveglia suona alle sei per tutti e le mie amiche saltano giù dal letto come dei grilli.

«Andiamo, Sofia, alzati o faremo tardi!» mi urla Susanna, mentre io provo a tenere entrambi gli occhi aperti. Che poi che mi urlano a fare: c’è un bagno solo e noi siamo in 4, non possono prepararsi loro intanto che io cerco di riprendermi?

Quando le altre sono pronte, non posso più evitarlo: mi alzo e vado a rendermi presentabile. Le schivo, perché non voglio dire loro del mio cambio di programma. Saliamo in macchina, per percorrere i 30 chilometri che separano Camigliatello da Longobucco. Chiara guida e io, mentre la macchina si inerpica per la montagna, penso che quello sarebbe potuto essere il mio primo giorno di mare.

«Che emozione!» dice Carmen, «sarà come andare sulle montagne russe».

«Ecco, a proposito di questo – dico, sfuggendo il loro sguardo – io non verrò con voi».

«Che cosa??» rispondono in coro, quasi dirette da un maestro d’orchestra. Ste tre non sono mai d’accordo su niente, proprio su sta cosa dovevano essere così in armonia!

Allora prendo coraggio e dico: «No, allora, io c’ho pensato e no, niente, non mi va. Non lo faccio il torrentismo, mi fa paura».

«E che cosa vorresti fare mentre noi siamo via?» dice Carmen visibilmente indispettita.

«Andiamo assieme a Longobucco e, mentre voi affronterete la discesa del fiume Trionto, io farò trekking. Ho visto sul dépliant che la compagnia propone per oggi una escursione sul Monte Altare, ecco, preferisco fare quello» rispondo.

Per fortuna le mie amiche sono del tutto prese dal loro viaggio giù per il torrente e dopo pochi minuti abbandonano il proposito di convincermi ad andare con loro e ritornano a discutere di quanto sarà emozionante la loro impresa.

Così, arrivate alla porta dell’associazione che organizza le escursioni, ci salutiamo, dandoci appuntamento al pomeriggio. Io faccio appena in tempo ad andare in bottega a comprare qualche panino per il viaggio e una bottiglia d’acqua e poi si parte. Le jeep ci accompagnano fino all’imbocco del sentiero e, durante il breve tragitto, comincio a chiedermi se ce la farò: in fondo faccio la segretaria in uno studio medico e passo la mia vita tra telefono e pc e per percorrere i tre chilometri che separano casa mia dal lavoro prendo tutti i giorni la macchina. No, non sono proprio un animale da arrampicate. Poche cose so fare e voglio fare solo quelle, almeno sto in pace.

Devo avere una faccia davvero preoccupata, perché a un certo punto dal sedile accanto al mio sento: «Piacere, io sono Marco. È la prima volta che fai trekking, vero?». «Si vede così tanto?» domando. «Direi proprio di sì, hai la faccia bianca come la cera» dice lui. «Stai tranquilla – continua Marco – io sono una guida del Parco e loro sono un gruppo di amici che si diverte a trascorrere il tempo tra le montagne. Non faremo certo una gara. Quando ti sentirai stanca, ti basterà avvisarmi e ci riposeremo».

Un po’ rasserenata dalle parole di Marco scendo dalla jeep, carico in spalla il mio zainetto con i viveri e inizio la mia prima passeggiata in montagna.

Il sentiero è largo e battuto e la vegetazione è rigogliosa. Spesso si vedono spuntare tra le rocce grappoli di fiori lilla che interrompono il verde intenso.

Mi chino a osservarli da vicino, in tutta la loro bellezza. «Quella è valeriana» mi dice Marco. «Ah, è questo l’aspetto che ha in natura? Io la vedo solo essiccata con la camomilla, in erboristeria» rispondo, ridendo. Nonostante siamo in estate l’aria è fresca e camminare è piacevole, quando prendiamo le salite ripide il peso del mio piccolo zainetto si fa sentire e mi pare di non farcela ad arrivare in cima, ma c’è sempre qualcuno disposto a darmi una mano per tirarmi su. A un tratto il sentiero si stringe e compaiono ai lati come due muri di erba pieni di fiori gialli. Ma chi li ha mai visti tutti questi colori messi insieme? È uno spettacolo mozzafiato. Una signora avanti negli anni, ma ancora arzilla ne coglie qualcuno e me lo mostra, poi dice: «Sai, mia madre mi raccontava che quando lei era piccola sua madre cuciva abiti e tappeti con i filati di ginestra. In Calabria, tanti anni fa, era molto usata come filato, perché i soldi erano pochi e di ginestra, come vedi, ce n’è tanta ed è così resistente». Dopo mi fa un cenno con la mano e prosegue. La ritrovo un po’ più in là, dentro il ventre di una enorme quercia, mentre si fa fare una foto da Marco. “Guarda che tipa, penso, io sono stanca e sudata e lei pare sia appena uscita dalla doccia!”

La strada inizia a salire e la vegetazione diventa piena di pini dalla corteccia rossastra, quasi marrone, mai visti prima. Attraversiamo parecchi torrenti, per fortuna i compagni di scarpinata non mi lasciano mai sola e mi aiutano a non tenermi in piedi sulle rocce. Ma può essere che i corsi d’acqua non finiscono mai? Eccone ancora un altro! Ma quanta acqua ci sarà mai in Sila?

Marco mi sta spesso a fianco, forse ha paura che stramazzi al suolo, del resto c’ho paura anche io. Durante la strada mi racconta che d’estate fa la guida, mentre d’inverno è istruttore di sci. Lo ascolto e provo a fare una faccia interessata, ma sto facendo una fatica disumana.

Eppure ce la faccio, vado avanti, ma chi lo sapeva di avere tutta questa forza?

Quando arriviamo in cima a Monte Altare non mi sembra vero di avercela fatta: ho le gambe a pezzi, non me le sento più! Ho una stanchezza mai provata prima, ma sono felice, rilassata, una sensazione di beatitudine intensa. Avevano ragione le guide: da questa vetta si vede il mare. Che meraviglia!

Durante il sentiero non credevo che ce la avrei fatta ad arrivare fino in fondo e adesso, eccomi qui ad ammirare lo spettacolo stupendo che mi regala la montagna, so che senza questa gente non ce la avrei fatta: quante volte sono caduta, ma ogni volta ho trovato una mano per sorreggermi e, quando ero scoraggiata, c’era sempre qualcuno pronto a farmi sorridere per tirarmi su il morale. “Quanto è brava questa gente di montagna” mi ritrovo a pensare.

Finita l’escursione le jeep ci vengono a prendere per riportarci a Longobucco. Ci salutiamo tutti con affetto, come compagni reduci da una battaglia.

«Ti aspetto domani – mi dice Marco – faremo trekking urbano, sarà una cosa più rilassante, vedrai, ti porteremo a conoscere le comunità albanesi che popolano il cosentino, se ti va potrai partecipare a una celebrazione in rito bizantino».

Alle 17 in punto ci ritroviamo in piazza con le mie amiche, stanche ed entusiaste. Prendiamo la macchina e rientriamo verso Camigliatello e lì decidiamo di andare a mangiare in una trattoria, per gustare qualcosa di tipico. Il gentilissimo gestore, che è anche il cuoco, ci fa da cicerone dei sapori e ci consiglia di provare i fusilli alla cosentina e le costolette di agnello con le patate “‘mpacchiuse” e, per finire, i bocconcini di mozzarelle nella panna, che a mangiarle sembra di avere in bocca una nuvola. Che esperienza questa vacanza!

Durante la cena le mie amiche sembrano riprendere fiato dopo tanta stanchezza e mi raccontano di delle rocce e di quando hanno temuto di schiantarsi, del panico e dell’adrenalina. Io posso raccontare solo di avercela fatta e che ho scoperto di avere una forza che non credevo. Sono emozioni che non si possono spiegare, ma che resteranno sempre custodite nel cuore.

Adesso discutono tra loro: progettano di dedicare qualche giorno al mare, in questa settimana.

Eh, no, adesso no! Io ho la Sila Greca da vedere e la comunità albanese e poi voglio sentirlo ancora il profumo di queste montagne che mi hanno cambiato la vita e immaginarmele innevate. E poi, chissà, magari il prossimo inverno Marco potrebbe insegnarmi a sciare.

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