Bentornato !

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di Pierantonio Ghiglione

Nella notte la neve era scesa copiosa e in poco tempo aveva coperto tutti i campi e le strade. Il vento aveva spazzato le nuvole e al mattino il cielo era limpido. Il sole si rifletteva sul manto candido e tutto l’orizzonte risplendeva di un bagliore così forte, che gli occhi facevano fatica a rimanere aperti. A poca distanza, lungo il viale, si potevano scorgere alcuni esemplari di pino laricio. La littorina delle dieci e mezzo era arrivata in stazione in ritardo. Colpa della nevicata che, in quei giorni di dicembre, aveva imbiancato la Sila.

L’aria fresca e quel manto candido di neve erano il primo pensiero di bentornato nella sua terra natale.

Pasquale Spadafora aveva viaggiato tutta la notte con la Freccia del Sud, il treno che da Torino andava fino a Palermo, attraversando tutta la Calabria lungo la costa tirrenica. Era sceso a Paola per poi prendere una coincidenza per Cosenza, quindi ancora la littorina per Torre Garga. Con la sua valigia di cartone, chiusa con degli spaghi di fortuna, era partito da Pavia il giorno prima per poter tornare al suo paese, dalla sua famiglia per le festività di Natale. Alla stazione di Torre Garga la neve si era impossessata del sedime ferroviario: un preludio ad una bellezza naturale poco comparabile con la nebbia di Pavia e della Lomellina.

I pochi passeggeri facevano attenzione a non scivolare a terra, qualcuno si accingeva a spingere a mano la bicicletta dal piccolo piazzale esterno fino alla strada principale, dove la neve era stata spazzata ed era meno pericoloso camminare. Lui conosceva bene tutti i segreti di questo piccolo luogo della Sila, ma così tanta neve era da molto tempo che non la vedeva. Con passo lento, lasciando qualche orma sul selciato, si avviò verso il casello dove abitava suo padre Francesco.

Il capo macchine Francesco Spadafora in zona era molto conosciuto perché, come mestiere, faceva il manovratore in ferrovia ed abitava in un casello poco distante dalla stazione di Torre Garga. Era un uomo basso di statura e con un avanzo di calvizie, entrato in ferrovia grazie ad una licenza di prima elementare e ad un concorso. Prima di prendere servizio viveva a Camigliatello Silano, dove faceva il falegname di bottega. La moglie e altri tre figli lo avevano accompagnato mal volentieri in questo posto sperduto della Sila, perché si sarebbero dovuti allontanare da parenti e amici.

Tutta la famiglia Spadafora aspettava con ansia l’arrivo di Pasquale che era assente da un anno.

Quando entrò in casa trovò tutto come si ricordava di aver lasciato. Mancava solo Billi, il cane lupo di guardia al casello.

“E Billi dov’è? “ – fu la prima cosa che chiese.

“Figlio mio, è una lunga storia” – rispose il padre.

“Billi lo abbiamo lasciato dagli zii a Camigliatello perché aveva preso il brutto vizio di mordicchiare i pantaloni e le calze dei passeggeri. Lui non ne voleva sapere di lasciare in pace i viaggiatori che passavano dal casello verso la stazione a prendere il treno. Siccome non volevamo legarlo e per evitare questioni, lo abbiamo portato là, così è più libero”.

La mamma, non sapendo a che ora sarebbe arrivato di preciso il figlio, gli aveva conservato un pasto caldo al camino e sul tavolo una pitta impigliata, il tipico dolce natalizio di cui lui era ghiotto.

Dopo pranzo prese la sua bicicletta senza freni e un po’ arrugginita e iniziò la discesa verso San Giovanni in Fiore. Prima di partire si era messo in tasca un legno perché voleva portarlo con la sua fidanzata alla sera delle Focere. La notte della vigilia di Natale a San Giovanni in Fiore c’era l’usanza di accendere dei falò nei vari rioni. Era un momento di attesa e di speranza, una tradizione popolare che si perdeva nella notte dei tempi. Bambini, giovani e anziani, qualche giorno prima, accumulavano tanta legna per rendere il falò del proprio rione il più grande e il più bello del paese.

Davanti alla chiesa dei Cappuccini, Rosetta aspettava Pasquale girando nervosamente tra le mani un legnetto. Appena vide la bici, il sole le spuntò negli occhi e, con preoccupazione, osservò il suo innamorato sorridere mentre frenava impetuosamente con le suole dei suoi scarponcini sul sagrato.

Lui si guardò attorno e , non vedendo nessuno, lasciò cadere a terra la bicicletta e le diede furtivamente il tanto sospirato bacio.

Rimasero seduti sul muretto lì accanto, parlando a lungo. A lui mancava la sua terra coi suoi profumi, il sole e soprattutto lei, Rosetta. Vivere da emigrante a Pavia lo faceva sentire uno straniero. Era stufo di sentir bisbigliare continuamente “terun” alle sue spalle. Lei con entusiasmo gli raccontò del suo anno da apprendista, nella sartoria di mastro Giuseppe, e di come era riuscita con la prima paga a comprarsi gli occhiali da sole come quelli della Lollobrigida.

Poco alla volta arrivavano come re magi gli abitanti del rione con la legna. Ognuno di loro seguiva le indicazioni del capo focera per accatastare i rami. I bambini, travolti dall’esuberanza, spesso non rispettavano le raccomandazioni degli anziani e si costruivano una piccola catasta per conto loro, per imitare i più grandi.

Dopo qualche ora finalmente tutto era pronto: pubblico e falò.

La focera cominciò ad ardere. I due ragazzi si avvicinarono alle fiamme lanciando il loro ramoscello e facendosi una promessa d’amore.

Si era fatto tardi. Pasquale con rammarico prese la sua bicicletta e salutò Rosetta, dicendole che sarebbe tornato il giorno dopo. Iniziò a pedalare sulla via di ritorno con un certo languore in bocca. L’ora di cena era passata da un pezzo.

La notte era fresca e in cielo splendeva una luna piena. Era così grande e così bella che illuminava la strada e tutta la vegetazione intorno. Pasquale era felice di essere tornato a casa ed essere stato con la sua amata. Con pedalate vigorose, si accingeva a raggiungere Torre Garga quando all’improvviso, sul rettilineo in salita poco prima del casello, vide un animale fermo in mezzo alla strada. Si fermò spaventato da questa figura, scese dalla bicicletta e attese qualche istante, restando immobile e fissandolo. Gli attimi passavano lentamente, il freddo e la paura lo avevano intirizzito. Gli occhi dell’animale, complice il riflesso della luna, brillavano di un rosso così acceso che sembravano lanciare una sfida. Ambedue i contendenti erano ancora immobili. La bestia, per qualche istante, si era posata con le zampe posteriori sul terreno, o almeno così pareva. Ancora silenzio. Nessuno dei due era disposto a lasciare la strada. Il giovane sapeva che nella zona c’erano dei branchi di lupi, ma non ne aveva mai visto uno. Questo incontro non lo aveva previsto ed aveva paura. Fece qualche passo in avanti con cautela e sempre con gli occhi fissi verso la bestia. Tutto attorno non si sentiva nessun rumore. L’atmosfera si stava facendo sempre più tesa.

All’improvviso l’animale cominciò a muoversi verso di lui senza più fermare la sua corsa. Pasquale, terrorizzato, prese con tutte due le braccia la sua bicicletta come uno scudo. Ormai era a pochi passi da lui e, proprio mentre stava per lanciarglisi addosso, urlò a squarciagola: “Billiiiiiii !!!”. Il suo adorato cane lo stava aspettando per fargli le feste. Così bello e fiero, da lontano sembrava veramente un lupo della Sila.

Il terrore negli occhi si era trasformato in lacrime di gioia. Billi, nel suo impeto affettuoso, gli aveva fatto il regalo di bentornato. Arrivati al casello, dopo lo scampato pericolo e le forti emozioni vissute, prese dal vecchio focolare la sua razione di cibo e la donò al cane.

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