L’albero di Rosario

04_Pietro_DAmbrosio_a

di Salvatore (Salvio) Foglia

Non è ancora l’alba e Rosario è già al lavoro.
Tra le morbide montagne della Sila Grande è ancora buio, ma il cielo ha perso la forza incolore della notte. Gli astri non risplendono quasi più attraverso la sua coltre e, come anime stanche, attendono di essere sopraffatti dalla luce incipiente.

A quell’ora incerta la primavera ha l’odore dell’erba bagnata. Le cime dell’altipiano si susseguono delicate, profili netti mai aspri che dormono come tante pecore strette l’un l’altra, dal cui morbido manto, ogni tanto, sporge a metà la sommità di una piccola testa.

Lassù i boschi sono capigliatura caparbia: si piegano alla tramontana con tremolii sinistri fin quasi a schiantare, eppure rimangono fermi lì, in un agitarsi frenetico e micidiale, fieri soldati in arme che respingono con fermezza l’assalto della tempesta.

Rosario le sente sue le montagne, e le osserva sempre. Alza la testa e lancia il suo sguardo lontano uscendo dalla casetta, poco più di una baracca adagiata nella radura. In ogni stagione, con ogni tempo, vi scorge il soffio immutabile della vita che si perde tra le sorti del mondo.

“A San Giovanni ancora dormono” dice sommessamente, tra sé e sé, ma i suoi occhi luminosi sono sempre là, rivolti verso un orizzonte irregolare a tratti, che di minuto in minuto si lascia intravedere sempre di più.

“E’ strano vedere morire le stelle”, aggiunge ancora, dentro la sua mente, con voce muta che scuote di meraviglia il suo pensare semplice e pratico e prosegue: “… ma siamo qua anche oggi, grazie, Signore mio!”

Il segno della croce chiude un rito breve e affrettato, piccola liturgia di ringraziamento che ogni mattina celebra per sé, insieme alla sua anima.

Dentro la stalla gli animali sono già in fermento, le capre lo aspettano.

Entra nello stazzo a mungere, accarezzando, senza stringere, le mammelle turgide. Chiama gli animali per nome e parla con loro, come se avesse davanti persone amiche.

I suoi gesti sono semplici e sempre uguali: il movimento delle dita scandisce un ritmo antico e rafforza un legame semplice tra uomo e animale. Le bestie non si lamentano mai per quel tocco deciso e insistente, non avvertono alcun dolore. Rosario sa come fare e fa. E continua.

Gli spruzzi di latte alimentano il secchio che diventa via via candido e caldo e poco importa se, qualche volta, la capra si impigrisce e fa meno latte del solito. Non le rimprovera mai. Anzi, quando accade la sua meraviglia si tramuta in parole di incoraggiamento, proferite nel dialetto stretto e musicale delle contrade silane: “Cos’hai oggi bella mia, sei di nuovo arrabbiata con me? Cosa ti ho fatto ieri per meritare tanto? Sei la capretta più bella del mondo!”

Ora il cielo ha un altro aspetto e una luce sempre meno fioca filtra qua e là nel recinto, dando una forma e un volto più deciso agli animali e a Rosario.

Fa freddo. In Sila la primavera arriva più tardi, ma la luce in montagna, quella sì, ha già un altro colore e trasforma il firmamento in una gigantesca pianura di tinte rarefatte, che tra breve lasceranno spazio a un grande abbraccio turchino indefinito.

La notte se la svigna meditando vendetta: “Presto tornerò”, potrebbe gridare agli uomini ancora ebbri di sogni dimenticati, ma nessuno l’ascolterebbe.

Il silenzio degli immensi boschi di pino, rotto ogni tanto qua e là dal borbottare delle civette, non è più tale. Rosario ascolta un brusio indefinibile levarsi intorno: sono nidi che si svegliano, tane che si animano, creature che la fame ridesta velocemente.

E’ quasi giorno, ma il sole deve percorrere lente mulattiere e scalare i monti prima di superare il valico e farsi vedere.

Rosario è sempre stato curioso, e un po’ folle, felice di girovagare ovunque i sensi potessero condurlo.

Un giorno sentì un rumore poco lontano. Lasciò il sentiero e si avvicinò ad alcuni pini enormi, veri e propri giganti, proprio dove il bosco era più fitto.

Le punte degli alberi accarezzavano il cielo tinteggiato di un rassicurante blu intenso, molteplici pennelli che contemporaneamente si muovevano lungo una tela infinita, dipingendo. Il loro tratto lento e sempre uguale segnava i contorni di bianche nuvole guizzanti e sfumate che si perdevano rincorrendosi.

Il sole faticava a farsi strada tra i rami, dai quali trapelava un bagliore intenso, un piccolo cerchio incandescente che si spandeva, quasi liquefacendosi, in tantissimi zampilli luminosi, tutti dritti, come linee che si liberavano dal suo centro, invadendo gli occhi.

Un rumore regolare: pochi scricchiolii e una serie di tocchi sordi si avvertivano sempre più distintamente, mano mano che l’uomo si avvicinava verso grandi alberi affusolati e altissimi, colossi dalla corteccia grossa e frastagliata che avvolgeva il tronco con una pelle profonda, scanalata a tratti.

L’uomo notò due scoiattoli in amore che si rincorrevano lungo il fusto di un pino laricio.

Si nascose dietro un albero e attese. I piccoli animali si erano fermati un istante, probabilmente avevano avvertito la sua presenza. Stettero immobili giusto il tempo di farsi vedere per poi sparire. La femmina era più in alto. Avevano un pelo nero molto evidente, che spiccava netto sulla corteccia, alla quale erano saldamente aggrappati. All’improvviso, facendo un piccolo trambusto, scattarono con movimenti veloci ma leggerissimi, sfiorando appena la rude corazza del pino, fino ad arrivare, in un attimo, sulla sommità.

Il ventre candido contrastava con l’oscurità dei rami, che formavano una rete intricata sulla quale si muovevano come funamboli, velocemente, lanciandosi a vicenda un verso stridulo che echeggiava nel bosco. Le fronde più alte facevano da ponte per passare da un albero all’altro, tanto che Rosario impallidì quando vide saltare le due creaturine su dei rami sottilissimi.

“Madonna mia, ora cadono e muoiono!”, disse, trattenendo il fiato.

Rimase impalato, fermo come una statua di marmo, con la bocca aperta e gli occhi sbarrati che fissavano oggetti indefiniti, verso il cielo. Non c’era più niente da guardare: gli scoiattoli erano spariti; rapidamente e di corsa, avevano seguito una strada altissima, un viadotto di rami e foglie infinito, che affrontava creste e valloni sperdendosi ovunque. Lassù il bosco appariva come un grandissimo tappeto verdastro dal quale i pini spuntavano come tante lance a riposo.

L’amore, anche tra gli animali, spesso è gioco riservato…

Rosario non pensava a queste cose. Riavutosi dalla paura per lo scampato pericolo dei due piccoli, li cercava, ancora e ancora.

Con il capo sempre all’insù si mosse piano pano, ma, distratto da quella lunga osservazione, non potendo vedere dove metteva i piedi, perse l’equilibrio.

Il morbido sottobosco, intessuto dal vento e dall’acqua con gli aghi di pino color ocra, aveva ceduto sotto il peso dell’uomo in prossimità di una buca. Si era aggrappato al ramo di un piccolo castagno per non cadere rovinosamente. Vi precipitò sopra, spezzando le fronde rigogliose e robuste che assorbendo il colpo, gli avevano evitato, fortunatamente, di sbattere contro un grosso tronco.

Non si era fatto nulla, solo un colpetto alla mano e qualche graffio. Si rialzò seccato, quella distrazione poteva costare cara; prese a toccarsi lungo il corpo, ma era tutto intero e aveva voglia di andare via da quel postaccio.

Si aprì un varco tra le frasche verdissime e quell’albero, del quale fino a poco prima si vedeva solo la parte superiore, ora si mostrava quasi completamente.

Rosario ebbe la sensazione di essere osservato. “Non c’è nessuno qui”, pensava tra sé e sé, quasi dovesse farsi coraggio. Si guardò intorno più volte. Prese la testa tra le mani e la scosse, come per rimettere in sesto un ingranaggio fuori posto. Fece un piccolo giro su sé stesso fino a riportarsi di fronte al piccolo castagno fatto a pezzi. In quel momento tale fu la meraviglia che rimase in quella posizione, con il capo ancora avvolto dalle dita.

Un brivido lo attraversò da parte a parte: qualcuno, anzi qualcosa, lo stava osservando per davvero.

Dapprima gli sembrò un ghigno, poi un sorriso. Un ghigno, un sorriso, un ghigno, un sorriso… “Mi guarda! Madonna mia salvami tu!”

La sua mente urlava in silenzio, il cuore impazzito si era conficcato tra le parole, impedendogli di parlare.

Chi era? Che cos’era quella cosa? Questo interrogativo risuonò frenetico nella sua mente.

Rosario tremava. Tremava insieme a tutto il bosco, o almeno così gli sembrò.

I rami e le chiome degli alberi, invece, sussurravano al vento parole tiepide e consolatorie, in attesa che la primavera aprisse lo scrigno dei profumi per trarre dal fondo l’afrore intimo della resina.

Anche la ginestra attendeva con impazienza di venire al mondo, vestita del suo giallo intenso, sì da invadere di seducente balsamo mistico declivi e sentieri e rendere felice il cuore degli uomini.

Lui, di contro, avrebbe voluto correre, dimenarsi, fuggire, magari gridare. No. In quel momento tremendo riuscì soltanto a deglutire, mandando giù l’amaro calice della paura. Attimi di terrore erano diventati tempo infinito che si accumulava a strati nelle sue membra.

Non credette ai suoi occhi. La caduta aveva provocato la rottura dell’arbusto e questi nascondeva alla vista la corteccia di grande pino che, chissà come e perché, si era deformata, assumendo le sembianze di un volto tremendo, dalla cui bocca spuntava un solo dente, che tuttavia aveva un’espressione sorridente, ma al tempo stesso beffarda e sognante.

Gli occhi incavati avevano pupille fluide e lucenti, due grandi gocce resinose, e il resto della faccia aveva contorni così netti da sembrare reale.

I colpi ritmati e persistenti di un picchio ebbero l’effetto di ridestare Rosario dall’incubo che lo aveva atterrito e prostrato. Ad ogni tac tac la mente riceveva una benefica scossa, liberandosi da un’anestesia oppressiva.

“Chi sei? Parlami! Chi sei?” Si avvicinò lentamente, con un bastone in mano, e, finalmente, cominciò a capire. Cautamente prese a tagliare gli ultimi rami che coprivano la figura misteriosa e, stupefatto, ma sempre meno timoroso, avvicinò timidamente la mano alla corteccia, prima sfiorandone le asperità, per poi appoggiarla completamente sulla corteccia rugosa.

Il volto gli sembrò accennare un prolungato sorriso questa volta, e la mano, senza volerlo, carezzò quelle fattezze così strane impresse nel legno.

“L’albero è vivo…” Fu il primo pensiero che gli venne in mente.

Rosario viaggiava molto con la fantasia, che gli apriva porte che la solitudine spesso gli chiudeva; solido riparo che gli consentiva di vincere timidezza e diffidenza, vincoli terreni che lo portavano a evitare le persone.

Una piccola vena di follia alimentava le sue speranze, nutriva lo spirito.

Incontrò più volte l’albero che ride: gli faceva sentire viva la sua Sila, piccolo grande mondo in cui poteva stare lontano da chi non ride mai.

Quando andò via per sempre, il castagno coprì di nuovo il volto dell’amico.

Oggi la gente dissuade i bambini che vogliono andare soli nel bosco parlando loro del fantasma di un giovane pastore che vaga tra gli alberi, gli stessi alberi che lui in vita non volle mai abbandonare per non mischiarsi con gli altri uomini.

La sua dimora è un grande pino e non bisogna avvicinarsi. Per niente al mondo!

Non è possibile lasciare nuovi commenti.