Gocce d’acqua

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di Arena Francesco

Glielo aveva promesso che un giorno sarebbe ritornato a trovarlo in Sila, nella sua vecchia casa in pietra, che come per incanto, stava su una piccola collina a mirare in lungo e in largo l’immenso lago di Cecita. Aveva quindici anni, l’anno che Antonio, fece quella solenne al vecchio nonno Cenzino, prima di fare ritorno a Milano dove abitava insieme ai suoi genitori. Gli aveva detto, che come ogni anno, appena chiusa la scuola avrebbe fatto ritorno nelle tanto amate terre silane. Le aveva amate quelle montagne rocciose e nello stesso tempo polverose, a tal punto di arrivare a far delle brutte liti con i genitori perché dal nonno, voleva restarci per sempre. Per questa faccenda mancò poco che il bambino si ci ammalava di nervi quando aveva la tenera età di sette anni. Alla fine, con buona pace di un professorone noto in tutta la Lombardia per le sue competenze in materia di nervi, Antonio e i suoi genitori trovarono un buon compromesso per entrambi. Avrebbe potuto stare dal nonno per tutta l’estate purché si fosse impegnato a scuola. C’era in ballo la salute, non qualcosa con cui scherzare! Da allora Antonio, puntualmente, oltre a prendere ottimi voti, a Giugno, appena la scuola chiudeva il sipario, faceva le valigie e raggiungeva il nonno per tutta l’estate, fino ai primi giorni di settembre. Nonno Cenzino, un uomo tutto da un pezzo, con capelli e barba lunga e candida come la neve e col viso scolpito dalla scure dei patimenti, da buon montanaro, parlava sempre troppo poco. Molti, anche suoi “amici” stessi, lo consideravano un orso e si meravigliavano di come il padre di Antonio e specie la madre, una colta donna di città, potevano affidare il bambino a un losco personaggio simile. In realtà Cenzino, non era sempre stato così, ma c’era diventato quando sua moglie, ancora giovanissima, se l’era portata via una brutta malattia. Da allora si era chiuso in una sorta di boccia invalicabile di cristallo abitata solo da lui stesso Un giorno che suo figlio per il suo compleanno gli regalò un telefono, da usare anche solo per un augurio di natale o un saluto con lui stesso o per chiamare un soccorso se qualche volta avesse avuto mal di pancia in quel posto isolato dal mondo, senza neppure la curiosità di vedere come fosse fatto quest’oggetto, vanto della tecnologia mondiale dei giorni nostri, lo buttò nel lago con tutta la scatola. Al figlio e alla nuora, rimasti basiti da questa strana reazione che mai si sarebbero aspettati, senza mezzi termini, nel suo parlare spiccio spiegò: “Questi attrezzi nati per ridurre la distanza fra due esseri umani che vivono lontano, un giorno avranno la potenza di aumentare la distanza fra due persone che vivono nella stessa stanza. La tecnologia è una padrona che rende schiavi, ed è molto più cattiva dei padroni di mille anni fa, che un tempo frustavano e incatenavano i loro uomini, perché essa ha catene e fruste invisibili e per questo impossibili da sciogliere.” Detto questo discorso che sebbene era fatto da un’ignorante cresciuto tra le bestie e le foreste silane, che in riguardo a certe cose ne sapeva molto di più dei grandi sociologi, come se niente fosse, con le mani in tasca era andato a prendere le pecore che pascolavano tranquille sulle fangose rive del lago. Cenzino, era per la gente un pazzo, o quanto meno uno che faceva pazzie e da quel giorno lo diventò anche per il figlio e per la nuora. Quell’uomo dal cuore duro come le pietre delle montagne del longobucchese e dalla barba folta e crespa come i licheni che stanno sui pini del posto, si scioglieva come una palla di resina messa a sciogliere sul foco lento, quando era solo col suo nipotino. Gli aveva insegnato tante piccole cose che hanno un’importanza vitale su quei monti misteriosi e meno fortunati dei fratelli famosi delle Alpi: a mungere le pecore, a pescare, a fare la ricotta, a prendere i pulcini di cornacchie e ghiandaie dagli alti nidi posti sulla cima degli alberi e a giocare a briscola. Per non parlare di quando si andava a funghi: Quanti porcini si trovavano ogni giorno, e com’erano buoni quando la sera li mettevano a friggere sul fuoco insieme a quelle patate gialle come il sole. Già solo il profumo che ne veniva fuori era poesia, immaginatevi il sapore. Quell’anno in cui Antonio compì quindici anni, qualcosa però cambiò in lui. Infatti come tutti i ragazzi della sua età, in piena adolescenza, cominciò ad avere comportamenti più da adulto che da bambino, come era normale che fosse. Sempre nell’autunno di quell’anno s’innamorò di una sua compagna di classe e insieme ai suoi amici per di più, cominciò a esplorare la città che fino ad all’ora era stata un tabù. Arrivò poi ancora l’estate, chiusero di nuovo le scuole, ma Antonio non ebbe nessuno voglia di ritornare giù in Calabria dal nonno, come aveva fatto ormai per otto anni di fila. Nonno Cenzino, intanto fra i suoi boschi verdi e rigogliosi, profumati di resina e fiori che si specchiavano sulle verdi e quiete acque del lago Cecita, cominciò a contare i giorni già dall’inizio di Giugno. Aveva preparato un paio di giuncate salate, proprio come piacevano al ragazzo per fargli una sorpresa, ma il ragazzo non arrivava e le giuncate diventavano col passare del tempo sempre più gialle e dure. Anche Ginuzzo, il cane lupo del vecchio Cenzino, col pelo grigio e la punta delle orecchie bianche come i petali delle margherite, puntualmente alle cinque di sera, nell’orario in cui passava il pullman che veniva dal paese, raggiungeva la strada provinciale per vedere se arrivava Antonio, ma nulla. Ogni volta il vecchio autista suonava il cane e proseguiva dritto, cosicché Ginuzzo se ne tornava a testa bassa dal padrone coi suoi occhioni neri e tristi che erano uguali a quelli del vecchio stesso. Passarono lenti come le gocce che sgorgano a filo da un anfratto di roccia, dopo Giugno, anche Luglio e Agosto, l’estate, e lento e cadenzato venne poi anche il solito inverno freddo silano, che fa pesare alle genti del posto l’immensa solitudine che da sempre, come una grande e muta regina, regna in quelle fredde montagne dove spira vento freddo anche nelle più calde giornate estive. Ne passarono poi altre tre inverni di quelli in cui il vento fischia e la neve cade copiosa fino a far scoppiare i faggi ed a spezzare le schiene ai pini, che stanno là, in quelle aspre terre, con i rami come fossero delle braccia, rivolte al cielo che cercano la grazia di Dio. Il quarto inverno invece, fu molto più da castigo degli altri. Anche nella valle si battevano i denti al ritmo del vento gelido, che senza ritegno e vergogna, spazzava le strade di giorno e di notte. In Sila, quell’anno la neve venne giù a camionate come non si vedeva dagli anni ottanta, per la gioia degli albergatori e dei turisti che nelle località turistiche se la ridevano, mentre i pastori e gli agricoltori, confinati nelle loro umili case piene di spifferi, aspettavano con rassegnazione che il cuculo sarebbe venuto a cantare al più presto, portandosi dietro una primavera che sembrava troppo lontana. Si era in un giorno di metà Dicembre, ormai già sotto Natale. Cenzino, quel pomeriggio era rientrato con le pecore dopo averle un po’ portate fuori dalla stalla per respirare una boccata d’aria aperta. Era ritornato a casa talmente cotto dal freddo che non aveva nemmeno munto le bestie. Non si sentiva più le gambe, che sebbene abituate a camminare nella neve da sempre, gli si erano congelate, mentre il viso gli si era acceso rosso come quello di un pomodoro, e le ossa delle mani scricchiolavano come dei rami secchi calpestati da un pesante piede. Da giorni fischiava un forte vento di tramontana fra gli alberi, mentre un cielo dai capelli grigi sputava neve con disprezzo contro la gente che abitava quei monti. Nevicava sempre più forte, sempre di più. Cenzino, prese dalla legnaia i ceppi di pino più grossi che aveva e li buttò nel camino. Malgrado il fuoco che crepitando mandava odore di resina, sembrava uno di quegli immensi falò che si accendono nelle contrade e nelle piazze calabresi nel giorno della vigilia di Natale, Cenzino da esso non riusciva ad aver nessun beneficio. “ La puttana della febbre mi ha colpito”, pensò, lui che la febbre ormai non la prendeva da anni e anni. Per cercare di resistere a quello strano tremore che lo faceva sudar freddo, si buttò sulle spalle un grosso pastrano di lana e s’ingoiò due pastiglie con tre quarti di vino. Ma niente, il freddo pungeva la pelle e si abbarbicava alle ossa, facendogli correre un brivido dal cervello fino alla punta dei piedi. Una sensazione mai provata in vita sua. All’improvviso fu colto da un forte dolore al petto, che lo piegò a terra in due come una serpe colpita da una badilata, prima di spezzargli definitivamente il fiato. Morì dopo un’ora d’agonia. Il cuore, ancora più duro dell’uomo stesso, gli era scoppiato, perché ormai da quattro anni, Antonio che era l’unico sole in grado di scioglierglielo per un po’ di tempo ogni anno lo aveva abbandonato forse per sempre. Mentre schiattava infatti, non gli dispiaceva morire, ma morire senza vedere il caro nipote. In casa ora vi era anche Ginuzzo, il cane lupo dell’uomo. Il cane ululò per tutta la notte, ma nessuno lo sentì perché con quel freddo nessuno usciva di casa. La sera del secondo giorno, stremato anche Ginuzzo si spense affianco al padrone. I due, furono trovati dopo due settimane, da un proprietario di un bar della zona, il quale non vedendo Cenzino andare a scambiare la ricotta fresca col vino come faceva almeno ogni due volte a settimana, si preoccupò tanto. All’inizio pensò che quell’orso si fosse beccata un’influenza, ma col passare del tempo si convinse che mai Cenzino era stato così tanto tempo senza andare a fare scorta di vino, nemmeno quando aveva avuto la bronchite. Che le cose non andavano bene, lo capì già appena prese l’innevata stradina che conduceva alla casa del vecchio. Le pecore nella stalla gridavano come ossesse perché non venivano munte da giorni ed avevano lancinanti dolori. Arrivato alla casa, malgrado pensò da subito al peggio, prima educatamente bussò chiamando Cenzino, ma nessuno apriva. Poi, dopo diversi tentativi, buttò giù la porta e fu subito avvolto da una forte puzza che lo fece correre via. Dopo aversi legato un fazzoletto al naso, finalmente riuscì ad entrare e vide i corpi del padrone e del fedele cane, che prima lo aveva pianto, poi vegliato e infine raggiunto in paradiso già in avanzato stato di decomposizione, malgrado il freddo. Segno questo che erano morti da tanto tempo. Da Milano, il figlio di Cenzino arrivò da solo, perché sua moglie non poté lasciare il lavoro, mentre il figlio Antonio, un tempo legatissimo al nonno, ora per colpa di quel sogno chiamato amore, lo aveva del tutto scordato. Il funerale, fu qualcosa di spiccio, dove furono presenti solo un prete, il figlio del morto stesso, il barista che aveva ritrovato i corpi e altri due vecchi del posto. Per volontà di Cenzino stesso, che lo aveva lasciato detto da vivo, il cane e il padrone, furono seppelliti sulle rive del lago Cecita uno vicino all’altro, proprio come uno vicino all’altro avevano varcato insieme la soglia del paradiso. Gli scocciava a Cenzino di andare un giorno in cimitero, una zona come un’altra dove il ricco si distingue dal povero, alzando al cielo grandi e sfarzose cappelle simili a lussuosi grattacieli, manco fossero ancora in vita. Lui, aveva sempre amato la natura e la libertà e voleva continuarlo a farlo anche da morto restando nelle sue vecchie zone del cuore. La morte e la natura, sono le due uniche cose al mondo che rendono tutti uguali, e il vecchio Cenzino lo sapeva bene. Le nevi si sciolsero e arrivò a cantare il cuculo. Poi arrivò l’estate. Una notte di Luglio, ad Antonio però successe un fatto strano. Mentre dormiva sognò il fatto di quando aveva quindici anni e aveva promesso al nonno che sarebbe ritornato in Sila. Il vecchio, a differenza di allora, che aveva sorriso ma con la sua espressione sempre severa, nel sogno era tutto al contrario, triste ma negli occhi aveva una dolcezza che mai il bambino aveva visto nel viso del nonno. E poi piangeva Cenzino, cosa che mai oltre a quando diventò vedovo, aveva fatto. Il secondo giorno, Antonio, dopo aver raccontato il sogno e poi convinto i genitori, che erano riluttanti a lasciarlo andare da solo in quelle terre selvagge, era già in viaggio per la Sila. Arrivato, in vista della casa del nonno, già da quando la vide ferma e immobile sul colle mentre era nel pullman che viaggiava sulla statale, sentì una forte emozione. La stalla vuota era quasi del tutto crollata, mentre la vecchia casa all’interno era rimasta così com’era. C’erano i soliti mobili, i libri ingialliti di Verga che Cenzino tanto aveva amato perché avevano come protagonisti dei personaggi vinti dalla vita come lui e la caldera per fare il formaggio sul fuoco: tutto, tranne la polvere era rimasto immutato. Solo due cose mancavano in quella casa, due cose non da poco: Ginuzzo e proprio nonno Cenzino. Solo allora, Antonio si rese conto che ciò che aveva perso era molto più importante di ciò che aveva trovato, perché ad andare smarrita era stata anche la memoria dell’amore che quel nonno buono, che ancora più dei genitori nella sua severità gli aveva voluto bene e insegnato tante piccole cose che gli avevano resola vita più dolce. A questo pensiero pianse. Intanto si era fatto sera, e il tramonto aveva acceso di rosso il cielo che si confondeva con il lago, anch’esso simile ad una conca piena di lava incandescente. Antonio, scosso decise di farsi una camminata lungo le rive rosso sangue del lago. All’improvviso, un abbaio di un cane lo scosse. Lo sentì vicino, fra gli alberi. Guardò fitto dietro a se ma non vide niente. Sconsolato, si volse di nuovo verso il lago pensando che era solo una soggezione. Ancora una volta, però il cane si fece sentire, e mentre abbaiava, questa volta una brezza di vento fresco, arrivato da chissà dove gli carezzò il viso per qualche istante. Appena il vento cessò, successe un altro fatto strano. Infatti, nell’acqua, mentre addolcito dalla carezza dal vento e dal cane invisibile che lo inseguiva, Antonio andava verso la casa del nonno vide nell’acqua il riflesso di un maestoso pino che disegnava una strana figura. Era la faccia di un uomo barbuto e dai lunghi capelli che si stagliava nell’acqua, dipinta da un colore rosso quasi accecante. La faccia barbuta era simile a quella di nonno Cenzino. Quel viso, ondulando sull’acqua rideva. Antonio, da quello che quello che quel tramonto gli stava serbando, commosso s’inginocchio a terra e pianse, pianse forte. La notte era sempre più vicina e il fresco si faceva sentire. La faccia nell’acqua ad un certo punto scomparve. Il ragazzo chiamò a gran voce il nonno, prima di alzarsi e rimettersi in cammino con gli occhi lucidi di pianto. Camminando, non si volse più indietro, perché se lo avesse fatto si fosse accorto che il grande pino che si rifletteva nell’acqua, proprio dove era apparsa la faccia del vecchio, come per magia era sparito. Il viso riflesso nell’acqua era proprio quello del nonno, mentre l’abbaio del cane invisibile era il caro Ginuzzo. I due erano stati seppelliti, proprio dove era comparso quel grande pino che nell’acqua rifletteva il viso del vecchio. Entrambi, quel giorno perdonarono il ragazzo e trovarono pace, perché Antonio aveva mantenuto la promessa di tornare da loro. Era tornato ai suoi ricordi e di conseguenza a se stesso. Improvvisamente, mentre il cielo nonostante fosse sereno, su tutta la Sila cominciarono a cadere grosse gocce d’acqua salata. Non era semplice pioggia, queste infatti erano vere e proprie lacrime. Erano le lacrime di Dio che si era commosso.

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