
di Ester Aquino
Alcune volte le parole non sono sufficienti, non riesci a spiegare quello che senti. Guardavo fuori dalla finestra, aspettavo che qualcuno mi portasse via, dove non serve sperare e sognare, dove è tutto lì. Volevo andare in un posto speciale, silenzioso, dove solo la natura si fa sentire. Non riuscivo a spiegare di quanto amore avessi bisogno, non riuscivo a spiegare la mia voglia di evadere, di correre e amare senza condizioni. Volevo ritrovare quel sorriso che mi rassicurava e volevo ritrovare quell’amore di un tempo che era dolce e molto affiatato. Ora, invece, era distratto, assente e freddo come una notte d’inverno quando la neve diventa cristallina.
Mi venne in mente una foto particolare che suscitò una serie di emozioni e riportò alla mia mente una serie di ricordi. Quando ero bambina passavo molto tempo a casa di mia nonna, in campagna. Era una piccola casetta in mezzo al verde e vicina ad un piccolo paese molto tranquillo. La casa profumava di tiglio per via degli alberi che erano lì intorno e il cane, Nerone, dormiva sotto la loro ombra. Nella mia stanza c’era un quadro bellissimo: un piccolo fiume che attraversava un arco di mattoni vecchio, ma particolare, circondato dagli alberi e sfumato dalla luce del sole che faceva capolino fra le foglie, filtrava a fatica e si faceva spazio quasi prepotentemente.
Guardando il quadro riuscivo a sentire il rumore dell’acqua che andava non curandosi di niente e sentivo il profumo dell’erba bagnata e umida. Riuscivo a sentire, perfino, gli uccellini che cantavano e di tanto in tanto si fermavano a bere. Chiesi spesso a mia nonna se quel posto esistesse davvero e dove si trovasse, ma lei non rispose, mai.
I miei pensieri furono interrotti da un messaggio inaspettato del mio ragazzo, mi avvisava che sarebbe arrivato di lì a poco a prendermi, voleva portarmi in un posto. Mi preparai e lo aspettai con il cuore che batteva forte, volevo ritrovare la dolcezza del suo sorriso, magari era la volta buona. Mi portò in campagna, voleva passeggiare con me all’aria fresca sui sentieri freschi per assaporare l’aria primaverile, frizzante che iniziava a diventare piacevole. Non so perché, ma parlammo molto di paure e preoccupazioni, di come ci eravamo allontanati e di come ci mancavamo, ma non riuscivamo ad essere sinceri. Avevo gli occhi leggermente lucidi e camminammo per molto tempo, d’un tratto alzai lo sguardo e notai il suo stesso stupore negli occhi: eravamo arrivati nel posto del quadro.
Il dipinto aveva preso vita, il fiume correva veloce, l’arco era diventato verde per via delle foglie e dell’umidità e il sole accarezzava dolcemente il filo d’acqua colorando i sassi e i piccoli pesci. Gli uccellini erano timidi e piccoli, quasi assonnati. Tutto prendeva forma e in quella tenerezza ci ritrovammo finalmente stretti e, forse, avevamo ritrovato quel sorriso che qualcuno aveva allontanato e distaccato.
Adesso capivo perché mia nonna non rispose mai alla mia domanda: quello era un posto particolare, speciale, dovevo scoprirlo con qualcuno di speciale, non poteva svelarmi il “segreto”. La magia stava proprio lì, nel ritrovarmi bambina e ragazza con il coraggio di amare e perdonare e con la necessità di essere amata, ascoltata e sorrisa. Avevo trovato un posto e in quel posto avevo ritrovato l’amore che fuggivo.
